Fatti fare un ritratto mi hanno detto, non ci vorrà molto, è simbolo di ricchezza, tutti si ricorderanno di Monna Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo.

Fatti fare un ritratto Lisa, ha detto mio nonno Mariotto, quello che ha scelto per me Francesco da sposare, perché la famiglia non era più ricca come un tempo e io ero stata scelta per risollevarne le sorti.

Fatti fare un ritratto Lisa, ha detto mio marito, così il tempo non mi ruberà il ricordo della tua bellezza, delle forme del tuo corpo.

A che cosa serve un ritratto? Forse a sommarsi a quelli di tutte le donne che altro non sono che proprietà da esibire? A che cosa serve il mio viso su una tela, che  quando ormai sarò morta, sbiadirà con il tempo su un muro di qualche casa e nessuno mai saprà che quella era Monna Lisa.

“Mi guardi e sorrida”, ha detto Leonardo, come se sorridere fosse facile, quando non sai chi sei e che cosa vuoi, ma sai chi non sei e quello che non potrai mai ottenere.

“Lei ha un sorriso radioso”, ha continuato Leonardo, mentre abbozzava il mio viso.

Radioso è quella parola che fa sembrare bello anche quello che non lo è, è una parola che sale anche quando senti di precipitare.

Sorrido e penso alle mie figlie, già destinate a non essere donne, ma mogli di un Dio che non le sa amare. Penso alla loro solitudine nelle celle del Convento, a tutte le volte in cui vorrò guardarle e sentirne l’odore, in cui vorrò stringere loro la mano e dire ancora di non aver paura perché il buio è destinato a non durare.

E’ difficile sorridere, quando è solo il tuo viso a farlo, quando ogni parte del tuo corpo vorrebbe urlare che non vuole essere su quel foglio, non vuole essere guardata, ma dimenticata, come l’amore che ho provato e che è stato tradito, perché avevo una famiglia da risollevare.

Poi all’improvviso Leonardo si ferma e mi guarda negli occhi. Ho smesso di sorridere, lo sento. Sento il peso di ogni pensiero sulle labbra e non ho la forza di risollevarle.

“Monna Lisa, non si muova. E’ questo il senso”, ha detto e si è messo febbrilmente a disegnare.

Il senso, come se ci fosse una direzione da seguire, come se ci fosse una scelta da fare, quando invece il tuo destino è preda delle correnti di un fiume in cui ti hanno gettata a quindici anni.

“Il mistero”, ha detto ancora.

Continuo a respirare piano, come mi hanno insegnato da bambina, guardo quest’uomo amare qualcosa che non gli appartiene, eppure la lascia andare su quel foglio, in queste macchine che costruisce e che sento così vicine. Io sono come queste macchine, sparse ovunque in questo studio. Macchine con ali che non sanno volare, macchine con bocche che non sanno mangiare, macchine con occhi che non sanno guardare.

Fatti fare un ritratto Lisa, così non sarai mai dimenticata, e per cosa dovrei essere ricordata? Per essere quella che non sa sorridere, per essere quella che cerca di farti capire con lo sguardo che non vorrei essere ricordata, per essere quella che sparirà su un muro e che chi la guarderà si domanderà il motivo per cui io non sappia sorridere.

Il mistero, ha detto Leonardo, il mistero è il segreto e me lo porto via con me, perché l’unica cosa che ho sono i miei pensieri e tu che mi guardi, non sai e non saprai mai, chi era Monna Lisa, quella che voleva essere dimenticata.