“Le melanzane alla parmigiana di mia madre sono le più buone,” ha detto Mimmo.

“No, sono più buone quelle di mia madre,” ha risposto Paolo.

“Ma se tua madre è morta,” ha detto Mimmo.

Paolo ha stretto i pugni e lo ha colpito forte.

Mimmo è andato a casa con il labbro gonfio e un graffio in faccia. Paolo è rimasto in piedi con i pugni stretti e la faccia arrabbiata.

Ho aspettato, come faccio sempre. Paolo si è seduto vicino a me e ha detto:

“Le melanzane alla parmigiana di mia madre erano più buone.”

“E’ vero,” ho risposto, ma io non le ho mai assaggiate.

Paolo mi ha guardata e mi ha sorriso.

Io e Paolo stiamo sempre insieme.

Giochiamo al pallone anche se la signora Lidia si arrabbia perché le pallonate la svegliano dal riposino. Giochiamo ad essere i super eroi e lui mi fa vincere, anche se sono una femmina. Giochiamo agli esploratori, studiamo le formiche, i ragni, e le mantidi religiose, anche se a me fanno un po’ paura.

“Un giorno ti sposerò,” ha detto. Ho sorriso, anche se non sono convinta.

Lui quando è felice dice tante cose, poi si arrabbia e se le dimentica. Anche io mi dimentico le cose quando non sono felice, forse è per questo che sto sempre con lui, così sono felice e mi ricordo tutto.

“Come sono le melanzane alla parmigiana di tua madre?”

“Mia madre non cucina,”

“E chi lo fa?”

“Mio padre,” ho risposto e lui non mi ha preso in giro come fanno gli altri bambini.

“E come suono?”

“Molto buone.”

E’ venuto il papà di Mimmo e ha parlato con il papà di Paolo.

“Io con te non so più come fare. Ti ho detto che non si alzano le mani,” urlava il papà di Paolo.

Lui stringeva i pugni e guardava me che gli sorridevo, perché così poteva pensare che io sono sua amica e che non mi importa se lo strillano, loro non le sanno le cose che sappiamo noi.

Loro non sanno che cosa voglia dire sentirsi soli e arrabbiati. Loro non sanno che ci sono parole che fanno così tanto male che ti viene subito da piangere e allora alzi le mani, perché picchiarsi fa meno male di piangere.

Io ho picchiato Mariangela quando ha detto che mio padre non è un uomo, perché non lavora e si occupa della casa. Non volevo piangere e le ho dato un pugno così forte che le è uscito sangue dal naso.

E’ venuta la mamma di Mariangela a casa e ha parlato con papà che poi mi ha detto:

“Lina, quante volte devo dirti che non si alzano le mani,”

“Papà, io non volevo piangere.” 

Mi ha abbracciata e mi ha detto che piangere è la cosa più difficile che esista, ma che bisogna imparare a farlo.

“Perché devo imparare?” gli ho chiesto.

“Non puoi picchiare tutti.”

“Io sono forte papà.”

“Un giorno sarai così forte che riuscirai anche a piangere.”

Ho raccontato a Paolo quello che mi ha detto papà.

“I super eroi non piangono, combattono,” ha detto lui.

“Paolo, noi non abbiamo i super poteri.”

“E’ vero.”

“Dobbiamo imparare a piangere.”

“Io non so come si fa.”

“Paolo, la tua mamma è morta,” ho detto.

Mi ha guardata, ha stretto i pugni e ha fatto la faccia arrabbiata. E’ rimasto fermo per un pò,  ma piano piano i pugni si sono aperti e gli occhi sono cambiati.

Ho visto la prima lacrima, poi la seconda e poi così tante che sembravano non finire più.

Si è seduto vicino a me e ha detto:

“I super eroi non piangono mai, perché piangere è la cosa che fa più male di tutte.”

“Paolo un giorno saremo più forti dei super eroi, un giorno piangere non farà più così tanto male, lo ha detto il mio papà.”

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